Populista, cosa vuol dire e come lo diciamo

Di leader e movimenti populisti ormai si è perso il conto. In Italia come nel mondo assistiamo da anni ad un fenomeno che ha ribaltato le regole del dibattito politico, stravolto il galateo istituzionale e imbarazzato non poco i sondaggisti. Ma il populismo è davvero un fenomeno recente? L’uso del termine populista è utilizzato correttamente o a sproposito?

Che significa – Il dizionario Treccani lo definisce come l’«atteggiamento ideologico che, sulla base di principi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi.»

Si sta parlando quindi non tanto di un’ideologia, con le sue proposte e la sua visione del mondo, ma di uno stile, di un modo di fare politica. Alla base dei populismi (di destra o di sinistra che siano) c’è sempre un minimo comune denominatore: ricercare la legittimazione delle proprie idee nell’infallibile volontà popolare.

L’obiettivo è sempre quello di farsi unico e solo interprete della volontà popolare, con un linguaggio semplice e semplificante, vicino all’uomo comune e contrapposto all’élite, il nemico, la casta, i poteri forti e così via.

Breve storia – Il termine populismo viene dall’inglese populism che è a sua volta la traduzione del russo narodničestvo (народничество) dove narodni sta per «popolo», ma perché proprio la Russia?

La prima organizzazione populista, la Zemlja i volja,  nasce proprio nell’impero zarista del 1861  in pieno clima di delusione provocato dalle modalità con cui era stata abolita la servitù della gleba. Applicando la parola d’ordine dell’andata al popolo alcuni giovani intellettuali infiammarono le masse contadine in direzione anti-zarista, ma il movimento venne militarmente represso poco dopo.

Ma quand’è che la parola “populismo” assume una connotazione negativa?

Fu con le politiche di Juan Domingo Perón durante la sua prima presidenza dell’Argentina (1946-1955) che il termine inizia ad essere utilizzato nel senso che conosciamo oggi. Il peronismo era caratterizzato proprio dall’esaltazione, in chiave nazionalista, del popolo (i seguaci venivano all’inizio chiamati descamisados cioè “scamiciati” ad indicare le origini umili). Popolo che anche grazie al supporto emotivo di Evita Perón venne celebrato come depositario degli unici valori degni di essere tradotti in riforme.

Sul finire del secolo poi, la scomparsa degli apparati politici tradizionali a favore del partito leader-centrico ha reso il populismo un fenomeno con il quale qualsiasi paese deve fare i conti.

Come lo usiamo – Ormai il termine è diventato un’arma da sfoderare a piacimento per condire il dibattito politico ma come sempre accade quando si abusa di una parola, questa perde il proprio significato originale; in questo caso la situazione si complica dato che la definizione di populismo è piuttosto nebulosa. Come se non bastasse, alcuni leader politici si sono in passato vantati di essere populisti, cercando di mostrarsi più vicini al popolo, ma risultando di fatto ancora più populisti.

Se non vogliamo incappare nel grande equivoco del populismo dobbiamo imparare a distinguerlo dalla sovranità popolare. L’idea, ciclicamente riproposta, che le istituzioni democratiche siano un ostacolo ad una reale partecipazione dei cittadini e che il filtro di questi strumenti sia da eliminare non fa altro che rafforzare il potere dei leader stessi.

 

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